Effetto Lucifero

 

Buongiorno a tutti e benvenuti ad una nuova puntata del Podcast di Niente Paura!

Oggi tratteremo di un tema molto delicato… In quali circostanze una persona buona può diventare cattiva?

Come è stato possibile che regimi come il nazismo o similari siano stati capaci di convertire un intero popolo e siano stati capaci di far passare i loro messaggi di morte come “accettabili” o perfino “giusti”?

Lo scopriremo in questa puntata!

 

L’argomento del giorno

 

In genere quando ascoltiamo una notizia al telegiornale dove si parla di atrocità commesse da un essere umano si considera quella persona come “malvagia”, “cattiva” o comunque con specifiche caratteristiche di personalità, ma questa spiegazione non può essere valida in ogni occasione.

Il professor Philip Zimbardo, interessandosi alle violenze presenti nel mondo carcerario e determinato a scoprire quale fosse il motivo per cui una popolazione avesse accettato di commettere le efferatezze imposte da un regime totalitario, ideò un esperimento volto a spiegare questo comportamento che chiamò “Effetto Lucifero”.

 

L’effetto Lucifero non è un fenomeno che vuole spiegare i motivi dietro alla crudeltà delle persone, ma spiega come delle persone normali, in determinate circostanze, possano essere capaci di atti terribili.

 

Nel 1971 il professor Zimbardo pubblicò sullo “Standford Daily”, ovvero il giornale interno dell’università omonima, il seguente annuncio: “cercasi studenti maschi che frequentano il college per uno studio psicologico sulla vita carceraria, 15 dollari al giorno per due settimane” in poco tempo più di 70 persone risposero all’annuncio.

Dopo aver sottoposto i 70 volontari ad una serie di test della personalità, vennero selezionati 24 ragazzi.

Questi ragazzi erano risultati gli studenti più equilibrati, più sani mentalmente ed erano tutti accomunati dal fatto di non aver mai avuto problemi con la giustizia.

Dopo questa prima selezione, a ciascun studente fu assegnato il ruolo di prigioniero o di guardia in modo casuale.

Perfino lo sperimentatore interpretò un ruolo, ovvero quello di direttore del carcere.

Iniziò così uno degli esperimenti più importanti e controversi della storia della psicologia.

Per cercare di rendere l’esperimento il più reale possibile, gli studenti che ricoprivano il ruolo di prigioniero furono rimandati a casa, e una volta che le celle del falso carcere furono ultimate, questi ragazzi vennero arrestati da alcuni poliziotti che si prestarono per l’esperimento.

Gli studenti – prigionieri quindi, oltre a vivere l’umiliazione dell’essere arrestati in casa propria, vennero trascinati in strada e perquisiti davanti a tutti, compresi parenti e amici prima di essere informati dei loro diritti.

Una volta arrivati nel falso carcere, gli studenti vennero schedati, gli furono prese le impronte digitali, furono accolti uno alla volta dal professore (il quale rivestiva il ruolo di direttore carcerario) per conoscere la pena inflitta e le regole del carcere, dopodiché vennero fatti denudare e gli fu spruzzato addosso uno spray a getto fortissimo contro germi e pidocchi (esattamente come era prassi in quel periodo nelle normali procedure carcerarie).

Una volta subito ciò ai prigionieri fu imposto di indossare una ruvida uniforme di colore bianco, che doveva essere portata senza biancheria intima.

A completare il vestiario i prigionieri potevano calzare solo dei sandali di gomma.

Sull’uniforme bianca di ogni prigioniero c’era stampato sul petto e sulla schiena un numero identificativo, che i detenuti dovevano imparare a memoria e usarlo per parlare di sé stessi o per capire a chi si stesse rivolgendo una guardia, la pena per ogni dimenticanza era una dura punizione.

Le guardie invece indossavano uniformi color cachi portavano un fischietto al collo, manganelli di ordinanza e occhiali scuri per mascherare qualsiasi emozione ai prigionieri.

I secondini si comportavano come se quello fosse un normale lavoro, infatti si alternavano in tre turni da otto ore. A peggiorare il tutto, non era stata data loro nessuna indicazione specifica su come comportarsi, ma era stato detto loro che per mantenere l’ordine nella prigione potevano fare qualsiasi cosa che non attentasse all’integrità fisica dei detenuti, quindi, a parte le percosse e la tortura, ogni umiliazione era permessa.

Questo falso carcere era stato allestito nel seminterrato del dipartimento di psicologia dell’università di Stanford.

Dentro le improvvisate celle destinate a contenere tre persone furono installati dei citofoni per poter fare degli annunci pubblici ai prigionieri e dei microfoni nascosti per spiare i loro discorsi

A rendere ancor più spersonalizzante l’ambiente non c’erano orologi o finestre che potessero dare una cognizione del tempo ai prigionieri e le porte erano rinforzate con sbarre d’acciaio.

Era prevista anche una cella di isolamento chiamata “la buca”, ovvero uno sgabuzzino di 60 cm x 60 destinato a coloro che venivano puniti con l’isolamento.

Il bagno poteva essere raggiunto solo se accompagnati dalla guardia e con gli occhi bendati per impedire ai prigionieri di capire come fuggire dal carcere.

l’esperimento doveva durare due settimane ma venne sospeso dopo soli 6 giorni perché presto la situazione precipitò.

La mattina del secondo giorno scoppiò la prima di molte rivolte che venne sedata dalle guardie con l’uso di idranti rivolti contro le facce dei prigionieri.

Una volta che la rivolta fu domata le guardie punirono e denudarono tutti i prigionieri costringendo il “capo” della rivolta all’isolamento nella “buca” che, ricordiamo, era uno sgabuzzino di 60 cm x 60 cm.

Dopo questa repressione brutale la rivolta degenerò e in risposta a ciò le guardie iniziarono ad abusare sistematicamente del loro potere portando i detenuti a diventare sempre più rabbiosi.

Le guardie fecero di tutto per raggiungere il loro scopo di “evitare le rivolte” fino a negare ai detenuti il diritto di andare in bagno. Questa decisione costrinse i prigionieri ad espletare i loro bisogni in appositi secchi rendendo in poco tempo ancor più terribile l’ambiente già angusto e sporco delle celle.

Dopo solo 36 ore queste situazioni estreme portarono al collasso dei primi detenuti che dovettero abbandonare l’esperimento a causa del manifestarsi di disturbi emotivi acuti, dei pensieri disorganizzati, pianto incontrollato ed eccessi d’ira sempre più violenti.

Il duro regime da parte delle guardie portò i detenuti ad unirsi sempre di più per elaborare un piano di evasione.

Per contrastare questi piani di fuga, lo sperimentatore (che ricopriva il ruolo di direttore carcerario) convinse uno dei “prigionieri” a diventare una spia per suo conto tra i detenuti per cercare di scoprire come si sarebbe svolta l’evasione.

Nonostante la spia riferì che non ci fosse alcun piano di fuga con reali possibilità di riuscita (poiché ricordiamo i detenuti non conoscevano sufficientemente il carcere e non disponevano di alcuno strumento), né le guardie né il direttore credettero alla spia, pertanto intensificarono i controlli e le umiliazioni sui prigionieri, tutto per indurli a confessare.

Di fronte a questa nuova escalation di violenza i prigionieri si sentirono sempre più impotenti fino a cadere in depressione che li rese estremamente silenziosi e indolenti.

Per cercare di scoprire quale fosse il fantomatico piano di fuga dei prigionieri, e per ottenere altri dati per il suo esperimento, il direttore ricorse all’introduzione della figura del prete all’interno del carcere.

Il prete non solo non scoprì alcun piano di fuga, ma si rese conto che la situazione stava degenerando: i “carcerati”, ovvero dei ragazzi perfettamente normali fino a pochi giorni prima si presentarono con il proprio numero invece che con il proprio nome. Alcuni erano perfino confusi riguardo il motivo per cui si trovavano all’interno della prigione ed altri ancora erano perfino convinti di aver commesso i reati che erano stati contestati loro.

Tuttavia il prete non venne ascoltato e l’esperimento continuò diventando sempre più brutale e pericoloso.

Fu grazie a Christina Maslach una dottoranda di Stanford venuta ad intervistare le guardie ed i detenuti, come da accordi presi all’inizio dell’esperimento, che la spirale di violenza ebbe fine.

La Maslach infatti, dopo essersi resa conto di quanto la situazione fosse pericolosa, affrontò a viso aperto il professor Zimbardo.

Fu grazie alla sua forza che il professore riuscì a rendersi conto di quanto fosse degenerato l’esperimento.

L’esperimento venne quindi interrotto ed il pericolo scongiurato, ma è bene ricordare che la situazione divenne grave al punto da rendere necessaria l’interruzione dopo appena sei giorni, invece delle due settimane previste inizialmente.

È importante considerare che bastarono solo sei giorni per portare dei ragazzi normali, calmi e sani ad una condizione paragonabile a quella di sopravvissuti ad eventi traumatici.

Gli studenti più colpiti furono le ex guardie, le quali, libere da quell’ambiente e da quel ruolo disumano si resero conto di quanto avevano fatto ed inorridirono per le proprie azioni.

Anche il professore ebbe lo stesso contraccolpo emotivo, e dichiarò di aver subito una profonda trasformazione negativa durante questo periodo, e ancora oggi il ricordo di quei giorni riesce a sconvolgerlo e a farlo inorridire.

La trasformazione che il professore e gli studenti con il ruolo di guardie subirono venne ribattezzata quindi come “Effetto Lucifero”.

 

 

 

Perché è importante

 

Questo esperimento, per quanto crudele e vecchissimo (oggi ad esempio sarebbe illegale) è, come tutti gli esperimenti di psicologia, molto importante perché ci aiuta a conoscere alcuni aspetti dell’essere umano che sono meno piacevoli ma che comunque è necessario conoscere.

Ciò che questo particolare esperimento dimostrò, è che le persone, se costrette per sufficiente tempo a vivere in un ambiente spersonalizzante e con delle circostanze estreme, possono arrivare ad esercitare il loro potere in modo crudele e, al contempo, riescano a giustificarsi, fino ad innescare un circolo vizioso potenzialmente infinito di crudeltà “giustificata”.

Il vero pericolo dell’effetto Lucifero non riguarda solo determinati ambienti, come il mondo carcerario, dove possono verificarsi esempi di questo tipo, ma riguarda anche famiglie violente dove ad esempio il padre isola la famiglia dal mondo esterno e fa il bello ed il cattivo tempo sfogando su moglie e figli le proprie frustrazioni professionali e personali, oppure riguarda ambienti lavorativi con dinamiche estreme dove possono facilmente manifestarsi dei comportamenti che sfociano nel mobbing.

 

 

I consigli dello psicologo

 

Il consiglio che mi sento di darvi quindi è quello di non sottovalutare mai l’insidiosità e la pericolosità dell’Effetto Lucifero, ricordando che nessuno di noi è “immune” da questo Effetto.

Per evitare di caderne vittima quindi, mettetevi sempre in discussione, ascoltate eventuali obiezioni che vi vengono mosse e siate fedeli ad un codice etico senza pensare mai di non poter sbagliare.

Spesso infatti le persone che si auto convincono di essere perfette e di non sbagliare mai sono quelle che più rischiano di cadere vittima di questo effetto tanto terrificante quanto comune.

 

 

Saluti e anticipazioni

 

Eccoci arrivati alla fine di questa puntata.

Cosa ne pensate dell’Effetto Lucifero? Avete mai conosciuto qualcuno che ritiene di non sbagliare mai? Vi interessa conoscere altri esperimenti di psicologia?

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Il prossimo episodio di “Niente-Paura” uscirà tra una settimana esatta, ma ora vorrei chiedervi una cosa… le persone che hanno dei pensieri intrusivi possono fare del male ai propri cari?

Lo scopriremo nella prossima puntata,

A PRESTO!

 

 

 

Disegni by Giulia Gennaretti

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