Poker e Psicologia

Qual è la caratteristica più importante di un grande giocatore di poker?

Saper leggere gli avversari? Calcolare le probabilità? Avere sangue freddo?

Tutte qualità importanti. Ma forse la risposta è un’altra: un grande giocatore non è soltanto qualcuno che sa vincere. È, soprattutto, qualcuno che ha imparato a perdere.

E questa capacità non riguarda soltanto il tavolo da gioco. Riguarda il lavoro, le relazioni, lo studio e tutte quelle situazioni nelle quali la vita decide di distribuire carte diverse da quelle che speravamo.

Che cosa può insegnarci, allora, il poker sulla nostra mente?

Scopriamolo insieme in questa puntata.

 

 

L’argomento del giorno

Il poker è un gioco di carte e può naturalmente diventare anche un gioco d’azzardo. Per quale motivo, quindi, dovremmo utilizzarlo per parlare di psicologia?

Anni fa lessi un libro dedicato al mondo del poker e alla figura del grande giocatore Erik Seidel. Alcune delle idee contenute in quel libro mi colpirono così tanto che ancora oggi utilizzo questo esempio anche durante le terapie.

L’idea centrale era molto semplice: un bravo giocatore di poker non è una persona che sa soltanto vincere, ma una persona che sa anche perdere.

Che cosa significa?

Significa riconoscere che non possiamo valutare la nostra capacità basandoci su un singolo risultato.

Un giocatore professionista non si riconosce da una sola mano. Bisogna osservarlo nel corso di cento, mille o molte altre partite.

In una singola mano può perdere anche il giocatore più esperto. Potrebbe ricevere delle brutte carte, incontrare una combinazione imprevedibile o prendere una buona decisione che, nonostante tutto, conduce a un risultato negativo.

La vera differenza tra un professionista e un dilettante, quindi, non si trova soltanto nelle competenze tecniche. Si trova anche nella capacità di tollerare la perdita senza perdere lucidità.

Questo è un principio estremamente importante anche nella vita.

Se pensiamo di dover essere sempre bravi, sempre performanti e sempre al massimo delle nostre possibilità, qualsiasi imprevisto rischia di trasformarsi in una minaccia.

Una sconfitta non è più soltanto una sconfitta. Diventa la dimostrazione che non valiamo abbastanza.

Un errore non è più soltanto un errore. Diventa la prova che siamo incapaci.

Quando identifichiamo il nostro valore con i risultati che otteniamo, finiamo per oscillare continuamente tra due estremi: sentirci invincibili quando le cose vanno bene e completamente inadeguati quando vanno male.

Entrambe queste convinzioni possono essere pericolose.

Immaginiamo un giocatore di poker che inizi vincendo diverse partite consecutive. Potrebbe convincersi che le sue vittorie dipendano esclusivamente dalla propria bravura.

Sentendosi infallibile, potrebbe iniziare ad aumentare le puntate, ignorare i segnali di pericolo e assumersi rischi sempre maggiori.

Non perché sia diventato improvvisamente più competente, ma perché ha smesso di considerare la possibilità di perdere.

Lo stesso meccanismo può verificarsi in ambito professionale.

Una persona ottiene alcuni successi, prende delle buone decisioni e vede crescere la propria attività. Gradualmente potrebbe convincersi di essere capace di controllare qualsiasi situazione.

A quel punto rischia di sottovalutare gli imprevisti, ignorare i propri limiti e prendere decisioni eccessivamente rischiose.

Il successo, quando viene interpretato male, può renderci meno prudenti.

Gli antichi Romani parlavano del metus hostilis: la paura del nemico che manteneva vigili e preparati.

Anche quando si trovavano in territorio apparentemente sicuro, i legionari costruivano l’accampamento fortificato. Non perché fossero necessariamente in pericolo, ma perché non volevano perdere l’abitudine alla prudenza.

Essere prudenti non significa vivere costantemente nella paura. Significa ricordare che non possiamo controllare ogni variabile e che anche una buona preparazione non elimina completamente l’incertezza.

Ma può verificarsi anche il meccanismo opposto.

Immaginiamo che il nostro giocatore inizi a perdere una partita dopo l’altra. Potrebbe convincersi di non essere più capace e iniziare a giocare in modo impulsivo, oppure decidere di abbandonare completamente.

Non sta più osservando le singole partite. Sta trasformando quei risultati in un giudizio sulla propria persona.

Non pensa: “Questa volta ho perso”.

Pensa: “Sono un perdente”.

È una differenza enorme.

Questo meccanismo non riguarda soltanto il poker. Pensiamo, per esempio, alla scuola.

Uno studente inizia l’anno con buone intenzioni, ma prende alcuni brutti voti. Dopo una serie di risultati negativi potrebbe cominciare a pensare: “Non sono portato”, “Non capirò mai questa materia” oppure “È inutile continuare a provarci”.

Accade molto spesso con la matematica.

Lo studente non considera più il brutto voto come un’informazione su una singola prova, su un metodo di studio poco efficace o su alcuni argomenti ancora da comprendere. Lo interpreta come una sentenza definitiva sulle proprie capacità.

A quel punto smette di esercitarsi, evita la materia e si impegna sempre meno. Il risultato finale sembra confermare la convinzione iniziale: “Vedi? Non sono capace”.

In psicologia questo meccanismo può essere letto come una profezia che si autoavvera: una convinzione influenza i nostri comportamenti e quei comportamenti finiscono per produrre proprio il risultato che temevamo.

Per questo motivo l’eccessiva sicurezza e la totale sfiducia in sé stessi possono essere ugualmente dannose.

La prima ci porta a ignorare i rischi. La seconda ci impedisce di vedere le possibilità.

La vera sfida è restare nel mezzo: riconoscere le nostre capacità senza considerarci infallibili e accettare i nostri errori senza trasformarli in una condanna.

I consigli dello psicologo

Ho scelto di parlare di questo argomento perché nella nostra società sono molto diffusi alcuni schemi di pensiero dannosi: il perfezionismo, il bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore e la convinzione di non essere mai abbastanza bravi.

Vediamo allora tre indicazioni che possono aiutarci a uscire da questi meccanismi.

Consiglio numero uno: includere l’errore nella propria vita

Naturalmente tutti vorremmo che le cose andassero bene al primo tentativo.

Vorremmo prendere sempre la decisione giusta, raggiungere gli obiettivi senza difficoltà e non dover provare delusione o frustrazione.

Il problema è che questa aspettativa non è realistica.

Quando elaboriamo un progetto, dovremmo includere fin dall’inizio la possibilità che qualcosa possa andare storto.

Non per essere pessimisti, ma per essere flessibili.

Se ci abituiamo a considerare che una certa percentuale dei nostri tentativi potrebbe non produrre il risultato desiderato, l’errore smette di essere una catastrofe imprevedibile.

Diventa una delle possibilità che avevamo già contemplato.

Possiamo allora chiederci: “Se questa strada non dovesse funzionare, quale alternativa potrei provare? Che cosa potrei cambiare? Quale informazione potrei ricavare da questo risultato?”.

Includere l’errore significa allenarsi a cambiare le carte in tavola.

Significa sviluppare quella flessibilità mentale che ci permette di modificare un piano senza pensare di aver fallito come persone.

Consiglio numero due: non trasformare l’errore in un giudizio

Quando sentiamo parole come “errore”, “sbaglio” o “fallimento”, spesso ci mettiamo immediatamente sulla difensiva.

Cerchiamo una giustificazione, attribuiamo la responsabilità agli altri oppure iniziamo ad accusare noi stessi.

Ma un errore non è necessariamente un nemico. Può diventare un’informazione preziosa.

Può mostrarci quale parte del nostro piano non ha funzionato, quale capacità dobbiamo migliorare o quale strada sarebbe preferibile non percorrere nuovamente.

Una celebre frase attribuita a Thomas Edison dice:

“Non ho fallito. Ho semplicemente trovato diecimila modi che non funzionano.”

Al di là dell’attribuzione o del numero esatto, il significato della frase è molto interessante: ogni tentativo non riuscito può restringere il campo e avvicinarci a una soluzione più efficace.

Naturalmente questo non significa che dobbiamo essere felici quando commettiamo un errore. Possiamo provare dispiacere, rabbia o frustrazione.

Significa, però, evitare di trasformare automaticamente quell’errore in una definizione di noi stessi.

“Sono una persona che ha commesso un errore” è molto diverso da “Sono sbagliato”.

Nel primo caso possiamo imparare e modificare il nostro comportamento. Nel secondo ci condanniamo e restiamo bloccati.

Se ci aggrappiamo rigidamente a una sola convinzione, a un unico piano o a una sola strategia, è come se indossassimo dei paraocchi.

Continuiamo a percorrere la medesima strada anche quando i segnali ci suggeriscono di cambiare direzione.

Tollerare l’errore significa, invece, sollevare lo sguardo e accorgersi che potrebbero esistere altre strade.

Consiglio numero tre: rinunciare all’obbligo di essere perfetti

Molti percorsi terapeutici lavorano proprio sulla convinzione di dover essere perfetti.

Naturalmente non è possibile modificare una convinzione così profonda grazie a un semplice consiglio. Possiamo però iniziare ponendoci una domanda:

Conosciamo davvero qualcuno che non sbaglia mai, non ha mai dubbi, sa sempre che cosa fare e riesce in qualsiasi situazione?

Probabilmente no.

Esistono persone che cercano di apparire perfette e altre che si sono convinte di esserlo. Ma apparire perfetti non significa esserlo.

La perfezione appartiene ai miti, ai supereroi, al cinema e alla fantasia. Non alla vita reale.

Noi esseri umani siamo imperfetti e proprio questa imperfezione ci consente di imparare, cambiare idea e adattarci agli eventi.

Possiamo sbagliare una scelta senza essere persone sbagliate.

Possiamo perdere un’occasione senza aver perso qualsiasi possibilità.

Possiamo attraversare un periodo difficile senza considerarlo una descrizione definitiva del nostro futuro.

La forza dell’essere umano non consiste nel non cadere mai. Consiste nella capacità di comprendere ciò che è accaduto, modificare la propria strategia e riprendere il cammino.

Proprio come nel poker, non possiamo scegliere tutte le carte che riceveremo.

Possiamo però imparare a giocare nel modo più consapevole possibile quelle che abbiamo in mano.

Saluti e anticipazioni

Siamo arrivati alla fine di questa puntata.

Io sono Argo Penovi, psicologo e psicoterapeuta, e vi ringrazio per avermi dedicato il vostro tempo.

Se questa puntata vi è piaciuta, provate a condividere con me una riflessione: quando qualcosa va storto, riuscite a considerarlo un singolo risultato oppure tendete a trasformarlo in un giudizio su voi stessi?

Noi ci ritroveremo tra una settimana con una nuova puntata di questo podcast.

Nel frattempo, vi invito a seguirmi sui miei canali social e su tutte le principali piattaforme audio.

Ricordate: non possiamo vincere ogni mano, ma possiamo imparare qualcosa da ogni partita.

Vi auguro una buona giornata. A presto!

 

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